14 Settembre

14 SETTEMBRE 1943 Il campo di Ferramonti viene liberato dall’8 Armata inglese

14 SETTEMBRE 1930

Il partito nazista guadagna oltre il 18% dei voti e 107 seggi nel Reichstag, diventando il secondo partito in Germania

14 SETTEMBRE 1943

Viene chiuso il campo di Renicci d’Anghiari, il più grande lager costruito in Italia per ospitare i civili iugoslavi rastrellati dalle truppe italiane in Slovenia
Un lager sulle sponde del Tevere

14 SETTEMBRE 1943

A Novara prime fucilazioni di ebrei nella spiaggetta della villa “Il Ruscello”

14 SETTEMBRE 1943

La divisione italiana Acqui, costituita da circa 10.000 uomini, sull’isola di Cefalonia (Grecia), decide plebiscitariamente di non consegnarsi alle forze tedesche. Dopo una resistenza durata fino al 24 e la fucilazione degli ultimi sopravvissuti, risulteranno uccisi 9.600 uomini. I superstiti combatteranno al fianco dei partigiani greci

14 SETTEMBRE 1944

I Marines statunitensi sbarcano sull’isola di Peleliu

14 SETTEMBRE 1944

Muore Franco Cesana, partigiano italiano
14 SETTEMBRE 1944

Gaetano Santoro viene fucilato a Varzi da soldati della Divisione “Monte Rosa” e da militi della Sicherheits

14 SETTEMBRE 1944

L’aviazione alleata colpisce il ponte sul Ticino proprio mentre sta transitando un treno proveniente da Abbiategrasso: 24 morti ed oltre 100 feriti

14 SETTEMBRE 1944

Adelmo Vicini operaio siderurgico, viene fucilato nella caserma delle Brigate nere, appartenente alla 43ª divisione autonoma De Vitis

14 SETTEMBRE 1944

Una pattuglia partigiana nota un camion proveniente da Arquata Scrivia che, appena oltre le strette di Pertuso, in Val Borbera, scarica un certo numero di persone armate, le quali si dirigono verso la vecchia fornace, dove si trovava il posto di blocco dei partigiani. Gli armati, vestiti in borghese con fazzoletto rosso al collo, si sono qualificati come partigiani provenienti dal Cuneese diretti a Varzi per organizzare un lancio in quella zona. I numerosi dubbi dei partigiani valborberini furono confermati dopo poco tempo, quando una staffetta riferì che, invece che verso Varzi, gli armati si erano diretti verso Costa Merlassina: quindi non erano affatto partigiani. “Si cercò immediatamente di radunare con ogni mezzo dei partigiani: il distaccamento più vicino si trovava a Camere, impossibile farlo intervenire. Tutti gli uomini disponibili ricevettero l’ordine di trasferirsi a Dernice. “Si era in poco più di una ventina – racconta Rivara -. Distaccammo pattuglie per seguire la direzione di questa banda. Aspettammo notizie più precise per prendere una decisione e stabilire un piano. Le pattuglie riferirono che erano armati con mitragliatrice e armi automatiche nonché grappoli di bombe a mano”. I partigiani valborberini riuscirono comunque a tenerli sotto controllo e ad avere la conferma che la direzione seguita dai finti partigiani era quella di Dernice. Per approntare la difesa, venne scelta la zona che dalla locanda di Dernice va verso Vigoponzo. I partigiani erano numericamente inferiori ma contavano molto sull’effetto sorpresa, essendo all’interno di una palazzina adibita a scuola (all’interno dell’edificio erano in quattro: “Raffica”, “Marco”, “Bruno” e “Scrivia”, armati con armi automatiche e bombe a mano). Appena giunti nei pressi dell’edificio, il partigiano Raffica chiese al comandante del gruppo di finti partigiani in arrivo di deporre le armi per permettere un chiarimento. Il comandante parlò con i partigiani, pronunciando il suo nome di battaglia. I quattro partigiani gli contestarono la maniera di procedere, essendo quella zona di loro competenza. Egli esibì documenti con timbri con falce e martello e un’autorizzazione di trasferimento per la sua formazione da Cuneo per Varzi, ma era una documentazione palesemente falsa, secondo quanto afferma Rivara, e venne chiesto di fermare la sua truppa, deporre le armi e mettersi a disposizione per avere maggiori informazioni da Cuneo. Dopo alcune proteste, tutti gli uomini deposero le armi, anche perché si sentirono circondati dalle mitragliatrici partigiane, e i quattro partigiani notarono l’abbigliamento della truppa, completamente pulito nonostante la marcia da Cuneo da essi sostenuta a parole. Seguirono alcuni tentativi di interrogare i finti partigiani, andati tutti a vuoto, finché uno di loro, spaventato, si decise a parlare: si trattava di SS provenienti dalla scuola di Cà Bianca, partiti all’alba da Genova dalla caserma in via Marina di Robilant a San Fruttuoso; erano comandati dal tenente Corner, comandante del distaccamento della GNR alla Casa dello Studente, luogo di tortura tristemente famoso. Insieme a Corner si trovava il maresciallo Giuseppe Peters comandante dell’ufficio anti partigiani, poi fuggito. Lo scopo della banda di SS era quello di raccogliere informazioni dettagliate sui recenti rastrellamenti, conoscere il genere di messaggi scambiati tra i partigiani e colpire i loro reparti più isolati fino alla zona di Varzi. Vennero chiamati da San Sebastiano altri partigiani e furono eseguiti altri interrogatori, senza ottenere molto ma senza usare alcuna violenza. Nella notte, il tribunale partigiano condannò a morte tutti i fermati, con sentenza da eseguire all’alba. Francesco Rivara sottolinea che così erano stati vendicati anche i loro compagni Arzani, Cencio e Silurino, caduti nelle mani delle Brigate Nere il 28 agosto precedente a Cerreto e trucidati selvaggiamente con scariche di mitra e bombe a mano. Vennero tutti così fucilati tranne l’uomo che confessò e fu fatto fuggire e i comandanti finiti nelle mani della missione americana che, in quei giorni, si trovava a Carrega Ligure

14 SETTEMBRE 1944

Il  fronte si avvicinava a Viareggio, i partigiani in accordo con gli Alleati intensificano le azioni e attaccano l’entroterra della Versilia scendendo dalle Apuane, con puntate a Massarosa e a Stiava. Le attività di collegamento con gli Alleati si fanno sempre più determinanti, la staffetta Nello Simoncini viene inviata a Vecchiano per contatti. Sulla strada del ritorno, mentre rientrava attraverso i campi allagati fra Viareggio e le colline, si sente chiamare. Pensando a delle avanguardie alleate si avvicina, erano invece due soldati delle SS che lo strattonano ai bordi della strada e con una sommaria perquisizione lo identificano facilmente come staffetta partigiana. Le SS lo portano nello spiazzo di fronte alla vecchia cava in località “Sassaia”, lì il Simoncini nota subito dei cadaveri di civili uccisi di recente. Ma i tedeschi non lo mettono al muro immediatamente, tentano invece di sapere dove si trovano le avanguardie alleate. Il Simoncini viene picchiato brutalmente, fino a non potersi più reggersi in piedi. Semisvenuto, in una pausa che i soldati si prendono per asciugarsi il sudore, poggia una mano su una tasca nascosta dei suoi pantaloncini australiani dove teneva ben sprofondata una pistola di piccolo calibro. Esplode tre colpi sul tedesco più vicino e poi si volta a cercare il secondo soldato, il quale non si preoccupa di vedere quello che accade, credendo che il commilitone abbia finito il partigiano. Dopo aver colpito anche la seconda SS il Simoncini si trascina verso la strada Sarzanese, alcune raffiche provenienti dalla collina lo mancano di poco. Si nasconde dietro un albero, prende fiato e poi scatta verso l’acquitrinio per gettarsi in acqua. Una seconda raffica gli spezza un braccio e lo colpisce anche ad un fianco, ma cade nel canneto dove riesce a nascondersi. Alcune ore dopo incontra un amico che lo soccorre. Nello Simoncini se la caverà dopo nove mesi di ospedale a Firenze

14 SETTEMBRE 1974 Muore Agostino Novella, partigiano, operaio e sindacalista italiano

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